Votare a 16 anni? (Serenata n.8)

Enrico Letta, il nuovo segretario del Partito Democratico, ha citato nel suo discorso di presentazione il tema del voto a 16 anni (oggi si vota a 18 in Italia). Ogni tanto la cosa salta fuori, si discute un po’, e poi alla fine non se ne fa nulla. Vediamo un po’ i diversi pareri.
C’è chi è a favore della proposta soprattutto per motivi demografici. 
Quando sono nate le grandi democrazie, e con esse il diritto di voto, la  distribuzione dell’età in Italia era molto diversa: immaginatevi una piramide dove alla base ci sono i più giovani e al vertice le persone più anziane. Adesso la situazione è capovolta: ci sono più anziani che giovani.
Pensate che anche se facessimo votare  ragazzi e ragazze di 16 e 17 anni, comunque la fascia d’età fra i 16 e i 34 anni continuerebbe ad essere meno numerosa di quella degli over 60. I giovani quindi “contano meno” dal punto di vista elettorale , nonostante siano soprattutto le nuove generazioni a subire o a trarre beneficio dalle scelte politiche che vengono prese oggi. Questo è un problema concreto e importante. Dall’altra parte c’è chi ritiene che a quell’età non si sia sufficientemente maturi e consapevoli per individuare una preferenza: esprimerebbero un voto “di pancia”, non ragionato, oppure manipolato dai genitori. E sono in parecchi a sostenere che ragazz* di 16 anni verrebbero buttati nell’arena politica senza avergli dato il tempo e il modo di acquisire gli strumenti adeguati: la conoscenza dei sistemi elettorali, dei partiti, degli schieramenti.

Tutte queste cose come al solito vengono dette dagli adulti:  avessi trovato sulle pagine dei giornali e sul web l’opinione di uno dei  diretti interessati! Ariete, una cantante diciottenne, si è espressa così  «Una proposta come questa ha senso se è inserita in un discorso più ampio (…) L’educazione civica è importantissima e necessaria per formare nuovi elettori, ma deve essere fatta nelle aule scolastiche, tutte le settimane. (…) Prima di dare ai ragazzi la possibilità di votare, bisogna dare loro la possibilità di formarsi ».

Una posizione che punta al cuore della questione: dove sono gli spazi e i tempi di educazione alla vita pubblica, di concreta partecipazione alla vita pubblica? La politica istituzionale è solo un pezzo della vita politica. Serve a poco dare il voto ai giovani se poi tutto finisce lì. Partecipare significa anche avere la possibilità di esprimersi e di essere ascoltati, con o senza voto. Con i “Friday’s for future” quello spazio e quel tempo i giovani se la sono presa da soli, e non basterà accontentarli con il voto, ma hanno dovuto alzare la voce parecchio e lavorano a mille per strappare qualche risultato ai “senior”. Le strategie per la cittadinanza quindi vanno messe in campo insieme, senza retorica e con il lavoro concreto.
Detto questo, voi ragazz* che ne pensate?  Avere la possibilità di votare vi interessa?  E soprattutto, che idea vi siete fatti della politica? Che cosa è e dove si impara?


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