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“Vivo per lui”. La mia esperienza col pianoforte

La mia esperienza col pianoforte comincia molti anni fa, e fa già parte dei racconti familiari su di me: già alla mia nascita, mia mamma, vedendo le dita delle mie manine, profeticamente esclama: “questa bambina diventerà una pianista”. Qualche anno dopo mi compra una pianola: non è nulla di che, ma mi permette di iniziare a suonare qualche nota. Poi in terza elementare una mia compagna di classe- ora la mia migliore amica- decide di iscriversi ad un corso collettivo di pianoforte organizzato nella nostra scuola elementare e mi convince a partecipare. Così mi iscrivo e comincio a seguire le lezioni. Gli studenti e studentesse sono tanti e di fatto il tempo che l’insegnante può dedicare a ciascuno non supera i dieci/quindici minuti. Ma è un’esperienza che mi lascia comunque qualcosa. L’anno successivo, infatti, complice un cambio di insegnante, non partecipo più al corso a scuola ma continuo ogni tanto a divertirmi con la tastiera che ho a casa. Ricordo poi un episodio in particolare di quei tempi: un giorno, in quarta o quinta elementare, vengo invitata a casa da una compagna di classe che festeggia il suo compleanno. Questa bambina ha in casa un pianoforte grazie al fratello che ha iniziato a studiarlo e ad un certo punto, mentre le mie compagne si dedicano ad altri giochi, io mi metto a suonare. Non sono molto preparata e inoltre, probabilmente, non mi comporto in modo molto educato verso la festeggiata ma la curiosità è forte.

Passata alle medie, conosco una professoressa di musica straordinaria: donna dall’allegria contagiosa e di grande cultura, durante le sue lezioni ci fa suonare il flauto, cantare, ballare e recitare. È una pianista e vedendola suonare scatta quella che considero tutt’ora la vera e propria scintilla: decido che è troppo bello essere capaci di produrre della musica con le proprie mani e che voglio assolutamente riprendere quello studio iniziato casualmente e superficialmente da piccola. Così, comincio a frequentare una scuola di musica, consigliatami proprio dal fratello di quella mia ex compagna di classe. Dopo cinque anni non ho ancora smesso.

Il pianoforte mi ha dato, e negli anni continua a darmi, molto. Mi ha insegnato tra le altre cose la pazienza: infatti, bisogna prima di tutto mettere in piedi le note del brano, poi pensare all’interpretazione e infine studiarlo e ristudiarlo continuamente. Questo processo richiede molta concentrazione e molto tempo perché ci sono dei passaggi difficili da realizzare e che bisogna quindi ripetere all’infinito; ci sono elementi dell’interpretazione tutt’altro che immediati e si arriva spesso a un punto avanzato della studio in cui il brano sembra “sgretolarsi” a vista d’occhio e bisogna “ristrutturarlo” come se fosse l’inizio. Tutto ciò, quindi, è una palestra preziosa per sviluppare la virtù della pazienza e imparare a non aver paura di ciò che richiede tempo e fatica.

Mi ha permesso anche di comprendere l’importanza di mettere impegno e soprattutto passione in ciò che si fa, perché solo la passione, insieme alla fiducia in se stessi, permette di affrontare le difficoltà e di perseverare in vista del risultato finale. Come avevo capito già anni fa, infatti, produrre da sé musica- come fanno gli strumentisti ma anche i cantanti- è un privilegio senza paragoni. Da un lato, studiando a fondo un brano lo si comprende e interiorizza molto meglio che ascoltandolo. Dall’altro l’emozione è completamente diversa, per motivi vari. Ci sono gli studi tecnici, all’apparenza molto noiosi ma che suonati velocemente diventano soddisfacenti e quasi “esaltanti”, le sonate classiche (Haydn, Mozart ecc.), divertenti per la brillantezza e leggerezza, le opere di Bach che stupiscono per la loro perfezione, i brani sperimentali del Novecento e infine, la mia parte preferita, il repertorio romantico (Chopin su tutti), quello delle “grandi emozioni” che i compositori sono riusciti a tradurre in musica. E di fronte ad essa non si può rimanere indifferenti, ascoltandola, certo, ma soprattutto suonandola e fondendosi per un attimo con essa.

Il pianoforte mi ha insegnato anche l’attenzione per il dettaglio, perché le sottigliezze si scoprono pian piano, da soli e con la guida dell’insegnante, andando a scavare profondamente nel testo musicale, con sensibilità artistica da un lato e precisione dall’altro. Infine, la musica rappresenta per me porto sicuro in cui rifugiarmi nei momenti no, ciò che sempre mi dà forza e gioia.

La mia storia con questo strumento meraviglioso è una storia lunga, un po’ tormentata e a intermittenza ma che sono sicura continuerà per sempre. Devo molto a tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno innescato, alimentato e sostenuto la mia passione in questi anni. E spero che quest’articolo possa essere anche d’ispirazione per le persone indecise o che pensano di non essere in grado di suonare o cantare: lanciatevi, ne vale la pena.


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