STASERA NON BUTTO (Serenata n. 3)

Questa settimana ricorre la giornata nazionale contro lo spreco alimentare, istituita dal Ministero dell’Ambiente nel 2014  in collaborazione con realtà molto attive come Spreco zero , Last Minute Market. Un’occasione per comprendere le dimensioni del fenomeno dello spreco e le buone pratiche già in atto.

Lo spreco alimentare è la piaga etica, sociale, ambientale della società del benessere. Sapete a quanto ammonta lo spreco di cibo nel mondo? Almeno 4 volte la quantità sufficiente a sfamare gli 815 milioni di denutriti ancora presenti.
Secondo diversi studi se evitassimo gli sprechi, ci sarebbe cibo sufficiente per tutti i  9,5 miliardi di persone che siamo destinati a diventare.

Le cifre strabilianti che accompagnano non determinano solo gravissime perdite economiche, ma pesano anche sul nostro fragile pianeta e le sue risorse: esse vengono sottratte  inutilmente e producono emissioni che causano la febbre della Terra: di nuovo il surriscaldamento globale. Per non parlare delle enormi quantità di acqua e fertilizzanti impiegate nella produzione di cibo che non raggiungerà mai la tavola. Stiamo quindi per assurdo sfidando i limiti del nostro pianeta in termini di cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, consumo di suolo, acqua, energia e altre risorse, in gran parte per non farcene nulla.

Chi è il colpevole? Principalmente il sistema di produzione alimentare agroindustriale che si arricchisce con la sovrapproduzione e lo spreco. Lo spreco alimentare serve all’espansione del sistema economico e commerciale dominante, che ha allontanato sempre più i luoghi di produzione  del cibo dai luoghi dove viene consumato: dal produttore al consumatore la strada è troppo lunga! E lungo la strada si perdono diritti di chi lavora, il controllo della filiera e anche la qualità di quello che mangiamo. Un interessante studio promosso dall’UNEP (programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) ha classificato i settori industriali globali in base al danno ecologico creato al capitale naturale, facendo emergere che tra i primi 5 settori regionali che creano maggior danno ecologico globale 3 sono agroalimentari: l’allevamento di bestiame in Sudamerica e le coltivazioni di frumento e riso nell’Asia del Sud.
Anche in Italia non siamo messi molto bene: la ricerca evidenzia come più della metà di quello che produciamo (o introduciamo nel sistema alimentare) si perde. E sottolinea che lo spreco alimentare è stato per troppo tempo sottostimato, potrebbe essere quindi di dimensioni perfino più preoccupanti.

Che fare? benissimo la riduzione degli sprechi individuale e il  recupero dell’invenduto: moltissime associazioni in Italia si sono organizzate e si tratta di una bellissima occasione di conoscere nuove persone e trasformare completamente il nostro rapporto con il cibo: si può fare con Recup a Milano, Ricibo a Genova, Eco dalle città in diverse città, contano centinaia di giovanissim* impegnati in questo recupero nei mercati e supermercati.
Insieme a questo però si deve cambiare il sistema alla radice. Le strade ci sono e tutte le ricerche indicano chiaramente come gli sprechi siano molto minori in reti alimentari corte, locali, ecologiche, solidali e di piccola scala rispetto ai sistemi convenzionali: la produzione di rifiuti è 3 volte inferiore e chi si approvvigiona solo con reti alternative spreca in media un decimo in meno. Queste reti quindi vanno scelte e sostenute: cominciamo noi, da un piccolo sasso si generano grandi cerchi.

[https://associazionerecup.org/]


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