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Quanto è scientifico quello che dicono gli scienziati? (Serenata n. 5)

Nell’era del Covid 19 sembra che finalmente scienziat* (medic*, virolog*, immunolog* e infettivolog*) abbiano lo spazio che spetta loro nella vita quotidiana: ma quello che ascoltiamo da mesi è un dibattito scientifico? Sembra somigliare piuttosto a una gara a chi la spara più sicura, o più grossa: cosa – va detto – che piace ahimé a molt* giornalist*.

Ma se le cose sono complicate non ci si può aspettare facili semplificazioni dagli scienziati e dalle scienziate. Vorremmo, questo sì, delle spiegazioni del come e del perché le cose sono complicate, strumenti per condividere la complessità della situazione che ci facciano scegliere nel migliore dei modi.

La scienza progredisce per tentativi ed errori. Fare ipotesi e poi verificarle è l’essenza del metodo scientifico, il confronto fra posizioni differenti è la batteria della conoscenza. Non ci sarebbe stata la teoria della relatività di Einstein se Newton e Huygens non si fossero scambiati scritti appassionati sulla natura della luce, e ancora si dibatte sulle teorie dello psicologo tedesco Eysenk che tratteggiano controversi legami fra le determinanti genetiche e la personalità.

Le rivoluzioni scientifiche, diceva il filosofo della scienza Kuhn, avvengono per “cambio di paradigma”, ovvero quando una spiegazione universalmente accettata entra in crisi, e viene sostituita da un’altra, cambiando completamente la prospettiva.

Tutti conoscono la rivoluzione copernicana: il passaggio dall’idea che la Terra fosse al centro dell’universo alla perdita di questa centralità. Un paradigma sconvolto dalla “evidenza” delle osservazioni di Galileo.

La questione dell’esistenza di una verità scientifica è ancora più complicata: non è sempre garantito che la scienza sia obbiettiva. Marcello Cini, il fisico italiano per sua stessa definizione “cattivo maestro” ha speso una vita per contestare la presunta neutralità della scienza e denunciare il suo uso da parte del potere.

Si dice ironicamente che oramai gli scienziati in televisione litighino più dei politici. Queste diatribe quanto hanno a che fare con il dibattito di cui sopra? Ben poco. Ha ricordato in una recente intervista l’etologo dell’accademia dei Lincei Enrico Alleva: “Si diventa scienziati, o meglio ricercatori, dopo aver conseguito il titolo di  “Dottore in filosofia” , dove  la “sofia” è quella sapienza che funziona come la civetta, l’animale che si sveglia la sera, dopo che tutta l’esperienza del  giorno si è depositata”. La conoscenza procede così, lentamente e attraverso il confronto, che spesso è pacato, e i luoghi dove si svolge sono le  riviste scientifiche e i convegni, non i salotti televisivi dove si assiste piuttosto a una poco edificante lotta per la difesa delle proprie idee e la ricerca di visibilità.  

Si è scienziati nel momento in cui si mettono a disposizione di una discussione i risultati del proprio lavoro, basato su un punto di vista, e così, solo così si contribuisce al raggiungimento di una qualche verità, per quanto parziale e temporanea, con la quale noi, comun* cittadin* possiamo confrontarci.

E quel paziente lavoro è quello che dà frutti, perché ha fatto fare progressi straordinari al genere umano.

E, per quanto riguarda l’emergenza attuale se ora abbiamo un vaccino non è certo merito del triste spettacolo quotidiano che qualcuno osa chiamare comunicazione scientifica, ma del lavoro serio e costante di donne e uomini che procedono per tentativi ed errori e che confrontano i propri risultati, alla ricerca di teorie che funzionano e che siano ripetibili e condivisibili.


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