Pellicce? MAI PIÙ.

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato l’ordinanza che promulga la sospensione delle attività degli allevamenti di visoni in Italia per tutto il 2021.

L’obiettivo è fermare ulteriori focolai di Covid: il primo caso in Italia risale all’ottobre 2020 e che ha portato successivamente all’abbattimento di circa 26 mila esemplari.

La Lega Anti Vivisezione (LAV), un’associazione animalista italiana, ha seguito meticolosamente la vicenda in Italia denunciando i casi di positività ancora prima del Ministero della Salute: e ora richiede che il divieto diventi permanente in modo da rendere l’Italia un paese fur free, come la Francia, l’Austria, la Norvegia, la Slovenia e come recentemente è diventata l’Olanda, che ha deciso con la massima urgenza di chiudere tutti gli allevamenti entro il 2025.

Ma usciamo dal nostro paese e andiamo dove tutto ha avuto inizio.

Siamo nell’aprile 2020, e proprio nei Paesi Bassi i visoni di due allevamenti risultano positivi al Covid; ulteriori focolai si sono presentati successivamente in Spagna, USA, Grecia, Francia, Polonia, Lituania, Canada e Svezia, ed evidenze scientifiche hanno mostrato che queste infezioni erano dovute a uno “spillover inverso”, ossia quando la catena di contagio segue lo schema umano-visone-umano.

Per risolvere questo problema, è iniziato un vero e proprio sterminio di visoni.

La Danimarca, uno dei principali produttori di pellicce al mondo, è arrivata ad eliminare dal novembre 2020 17 milioni di animali provenienti da 207 allevamenti. È stato lo stesso Mette Frederiksen, Primo ministro danese, a dare la notizia dicendo che il virus mutato è “un grave rischio per la salute pubblica e per lo sviluppo di un vaccino”. Infatti, alcuni dei virus rilevati nei visoni e negli operatori degli allevamenti che si erano contaminati dai visoni, presentavano mutazioni.

Si da il caso che questa strage ha messo in crisi una delle attività in cui il paese era uno dei maggiori esponenti: è ben 90 anni che la Danimarca esporta le pelli di questi animali fatturando un miliardo di dollari all’anno, e adesso 6 milioni di posti di lavoro sono a rischio.

Ma c’è la possibilità che questo tipo di mercato riapra in futuro?
Gli allevamenti intensivi in generale sono crudeli e ormai antiquati.
Gli spazi dedicati agli animali destinati al consumo sono privi di luce naturale e sono sovraffollati in modo che i movimenti siano limitati favorendo all’ingrossamento dell’animale.
Ciò causa stress nell’organismo tanto da dovergli somministrare integratori chimici e antibiotici per evitare le infezioni, dovute anche alle ferite che gli animali si procurano aggredendosi fra di loro oppure con comportamenti autolesionistici.

Ormai negli ultimi anni il mercato della pelliccia ha mostrato una profonda crisi a causa del crollo delle vendite: i consumatori hanno preso coscienza rispetto alla sofferenza degli animali sfruttati per la produzione di abiti e accessori.

Saga Furs è una delle aste più importanti al mondo che nel 2020, però, ha raggiunto risultati disastrosi: molti capi sono rimasti invenduti nonostante i prezzi bassi; un episodio già avvenuto all’asta del 2018.
Lo stesso destino è toccato al Kopenhagen Furs e al NAFA (North American Fur Auctions), l’asta di pellicce americana: alcuni importanti finanziatori hanno deciso di non investire nel settore.

In Europa, gli allevamenti stanno chiudendo anche dove è ancora consentito farlo.
La maggior parte dei cittadini europei sono favorevoli all’abolizione degli allevamenti e anche il mondo della moda si è adeguato: Armani, Gucci, H&M, Zara, Versace, OVS, Zalando, Geox, LEE, Napapijri; questi sono alcuni nomi di catene fur free che hanno deciso di bandire le pellicce dalle loro collezioni, in quanto crudeli, anacronistici e facilmente sostituibili.


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