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Pace oggi come ieri: il pacifismo negli anni Sessanta

Negli anni Sessanta sboccia una stagione fiorentissima del pacifismo: a partire dalle proteste contro la guerra in Vietnam (1955-75), il movimento si dirama in tutto il mondo, configurandosi come una risposta non violenta alle angherie delle logiche imperialiste. In particolare, nel 1968 alcuni movimenti si oppongono agli apparati di potere e contestano le loro ideologie, innescando nella società irreversibili cambiamenti riguardanti il rapporto fra i sessi, la condizione della donna, l’eccessivo moralismo e la rinuncia all’autoritarismo.

Davanti a un mondo sopraffatto dal consumismo, dall’inquinamento, dagli abusi di potere e dalle guerre, si prospetta un futuro incerto e sbiadito: i giovani si oppongono strenuamente a un sistema del genere e individuano nella protesta collettiva la strada per un mondo migliore. Il movimento hippie fa sentire la sua voce, manifestando solidarietà per i soldati in Vietnam in nome di un mondo permeato da libertà e pace. Inoltre, dopo le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki appare chiaro che la guerra nucleare segna un punto di non ritorno, con conseguenze mostruose a livello mondiale. La lotta per la pace diventa anche una lotta contro il nucleare, portata avanti da Bertrand Russell nel Regno Unito e da Laura Conti in Italia.

Le manifestazioni pacifiste iniziano il 2 novembre 1965 con il suicidio del trentunenne Norman Morrison, il quale per protesta si dà fuoco davanti all’ufficio del Segretario per la Difesa. Seguono altri suicidi in nome della pace, gesti che rappresentano un disperato grido di rivolta contro la guerra. Anche i monaci buddhisti si danno fuoco sulla pubblica piazza, in pieno giorno, per opporsi ai soprusi del regime filostatunitense di Diem.

Noam Chomsky pubblica un articolo su “The New York Review of Books” intitolato The Responsibility of Intellectuals, nel quale incolpa esperti e intellettuali di aver proposto delle giustificazioni pseudoscientifiche al conflitto nel sud est asiatico. L’opinione pubblica americana è sconvolta dalle immagini provenienti dal Vietnam, che mostrano crudamente le atrocità della guerra. Il 15 ottobre 1969 si tiene la Moratorium to End the War in Vietnam, la prima manifestazione in grado di mobilitare centinaia di migliaia di cittadini in tutto il paese. Il massacro di My Lai, nel quale vengono uccisi 540 civili inermi, amplifica ulteriormente il dissenso della popolazione nei confronti del governo.

Il rifiuto del servizio militare da parte di numerosi giovani statunitensi scosse particolarmente la società, a simboleggiare una generazione che ripudia la guerra e rifiuta di prendervene parte. Si organizzano i primi cortei contro l’arruolamento militare, come quello all’Università di Berkley in California il 5 maggio 1965, dove un gruppo di studenti brucia la lettera di chiamata militare. Nel 1967 il campione mondiale di pugilato Mohammed Alì si rifiuta di partecipare alla guerra e viene arrestato: per tre anni gli sarà impedito di combattere.

In Italia la nascita del movimento pacifista si attesta alla data simbolica del 24 settembre del 1961, quando i tre filoni storici del pacifismo, social-comunista, cattolico e liberal-radicale, si radunano nella “Marcia per pace e la fratellanza fra i popoli” da Perugia ad Assisi, inaugurata da Aldo Capitini.

L’obiezione di coscienza al servizio militare costituisce uno dei punti focali del movimento pacifista italiano e viene inserita nella Costituzione Italiana con la legge numero 772 del 15 dicembre 1972: viene riconosciuta la possibilità di rifiutare il servizio militare e di sostituirlo con il servizio civile. In precedenza, chi rifiutava la leva dichiarandosi pacifista, doveva affrontare conseguenze legali anche pesanti, come nel caso di Pietro Pinna, condannato al carcere.



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