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Occhio non vede, cuore non duole. Quando la carità...

Occhio non vede, cuore non duole. Quando la carità fa paura

Giovedì 3 febbraio alcuni volontari della casa famiglia Ludovico Pavoni, che si trovavano all’interno della stazione Termini per distribuire cibo alle persone senza fissa dimora, sono stati allontanati e identificati dai Carabinieri. I volontari, di solito attivi all’esterno della struttura, erano entrati solo per visitare alcune persone che non si erano presentate all’esterno, ma resta il fatto che siano stati bloccati dalle forze dell’ordine. Non si tratta di un caso isolato: anche nelle settimane precedenti alcune associazioni si erano viste ostacolate nel loro servizio.

È interessante capire perché siano state messe in atto queste misure. Da un lato chi si ripara nella stazione patisce le misure di sicurezza anti-terrorismo. Dall’altro lato, negli ultimi anni, Termini, insieme ad altre stazioni italiane (tra cui per esempio la Centrale di Milano), si è trasformata anche in un centro commerciale che ospita negozi, spesso di lusso, ristoranti e bar. I gestori delle stazioni si appellano al tema del “decoro” pubblico: si ritiene che la presenza di senza fissa dimora influenzi negativamente l’immagine del luogo, danneggiando inoltre i negozianti, che sono stati infatti i primi a lamentarsi della situazione.

Tuttavia, così come in un’opera letteraria, allo stesso modo nella vita reale si possono trovare più “livelli di lettura” riguardo ad una situazione o ad un singolo evento. Forse la risposta alla questione si può trovare nel famoso detto “Occhio non vede, cuore non duole”: finché non vediamo un problema, finché esso non è sotto i nostri occhi, non ce ne accorgiamo, trascorriamo tranquillamente le nostre giornate dimenticandoci, o cercando di dimenticarci, della sua esistenza. Perciò, allontanare i volontari che aiutano i senzatetto, o i senzatetto stessi, non è altro che un modo per ignorare il tema della povertà che affligge molte persone a Roma e in tutta Italia, e anche per non dare credito a chi vive in modo “non conforme”.
Sì, in qualche modo il decoro c’entra: non perché i poveri danneggino l’immagine della stazione o della città, ma perché distruggono la fragile immagine, fittizia e sottile, che abbiamo di noi stessi e della società che abitiamo. Essi ci fanno tornare in mente un tema che cerchiamo di evitare e nascondere come la polvere sotto al tappeto; ci fanno sentire “in colpa” per ciò che possediamo; fanno vergognare le istituzioni, che spesso trascurano i più fragili per guardare solo al lato ricco e sfavillante della società. 


Frequento la classe terza del liceo scientifico Vittorini di Milano. Mi piace suonare il pianoforte ma anche leggere e scrivere, ed è per questo che ho scelto di partecipare al progetto di 8 pagine!

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