Nella protesta ci sono progetti

Oggi la Ministra degli Interni riferirà al Senato sulle cariche della polizia ai cortei studenteschi del 28 gennaio scorso. Intanto diverse scuole sono occupate in tante città, Torino, Milano, Roma, a sperimentare e mettere in pratica un’altra idea di scuola. A Roma, il 5 e 6 febbraio: oltre  200 ragazze e ragazzi hanno partecipato da tutta Italia a una assemblea aperta, due giorni per stare insieme e discutere. Qui la pagina Instagram e qualche articolo con testimonianze da “Repubblica”, e un reportage del “Manifesto”.
Quando nasce un movimento, i media hanno l’esigenza di chiamarlo, di dargli un nome.
Il movimento battezzato La Lupa, che da Roma ha cercato il confronto  con ragazze e ragazzi di altre regioni e città ha un grande merito: quello di aver preso una parola generale, di volersi confrontare a livello nazionale. Si chiede ascolto, si chiede confronto, si chiede direi, soprattutto, rispetto delle nuove generazioni. 
È comprensibile definire un movimento, ma  qualche volta si rischia di semplificare: sarebbe davvero miope non capire che questo malessere è molto diffuso, ma anche che un’occupazione ha dentro una energia bella, un modo di far diventare una scuola la “nostra” scuola, insomma è un atto di partecipazione comune, che tiene insieme i problemi, le proposte, ma anche il desiderio di stare insieme, dentro la scuola. A Torino le scuole occupate sono 6, come riferisce un articolo sulla ” Stampa”.
A queste occupazioni ci si è in alcuni casi preparati a lungo: discutere organizzare, non è mica facile. A Milano, dopo il liceo Manzoni, è occupato il Liceo Carducci (non succedeva da molti anni) e il Vittorio Veneto.

Interessante la ricerca che le studentesse e gli studenti del Liceo Carducci di Milano hanno svolto sullo stato di benessere mentale delle studentesse e degli studenti.

Ecco qui il documento integrale delle loro richieste:

“In questi ultimi anni, soprattutto in questi mesi di pandemia, il governo ha dimostrato che l’istruzione non è una priorità dello stato.
La scuola è stata dimenticata, abbandonata da ciò che si potrebbe riassumere con inefficienza e negligenza da parte delle istituzioni.
Ne è sintomo la gestione delle scuole durante l’emergenza sanitaria, che sono state le prime a chiudere e quelle con meno chiarezza sulle norme in vigore o sulle date di riapertura, nonostante gli altri settori inerenti alle attività produttive rimanessero aperti con poche limitazioni.
Al nostro ritorno, l’ambiente scolastico come e più di prima ci si è presentato come un luogo di apprendimento passivo e come fonte primaria di ansie e problemi psicologici.
La scuola è in crisi ed è necessario un cambiamento: occupiamocene noi.

Vogliamo maggiori investimenti e salari più alti per i professori. Prima di poter fare qualunque cambiamento, la scuola ha bisogno di investimenti efficaci. Investimenti che al momento non ci sono: secondo i dati Eurostat del 2014, siamo penultimi per spesa pubblica nella scuola e ultimi per spesa pubblica in relazione al PIL; anche le risorse stanziate con il PNRR sono insufficienti. Allo stesso tempo, gli insegnanti hanno stipendi molto bassi -nonostante l’importanza del loro ruolo- e molti di loro sono assunti con contratti precari. Questo oltre ad essere un danno per gli insegnanti, lo è anche per gli studenti a cui non è garantita una continuità educativa.
Per questo chiediamo maggiori investimenti nella scuola, almeno al pari di altri paesi europei in relazione al PIL; -salari più alti e contratti stabili per gli insegnanti precari.

Vogliamo che siano prese misure per la salute mentale. La nostra generazione, soprattutto a seguito della pandemia, soffre una grande diffusione di ansia e disturbi della salute mentale. Siamo convinti che questo non sia un problema esclusivamente personale, ma che abbia una matrice culturale. Alle radici di questo disagio ci sono un sistema ed una cultura che mettono grandissima pressione sull’individuo e sulla prestazione.
La scuola stessa cade vittima dell’iper valutazione della prestazione, diventando fonte di ansia per gli studenti e le studentesse e non essendo in grado di emancipare e far riflettere criticamente su queste problematiche.
Recentemente al Carducci è stato proposto un questionario sulla salute mentale: i risultati emersi dal sondaggio sono allarmanti. Su un campione di 460 risposte, il 76.1% di noi ha avuto attacchi di panico o altre emozioni che non riusciva a gestire durante un’interrogazione; la percentuale scende al 59.7% in situazioni slegate dalla valutazione. Inoltre, più della metà delle persone che hanno partecipato al sondaggio ritiene che il servizio psicologico al Carducci sia insufficiente: tra le motivazioni date, il fatto che ci sia un solo psicologo per 1200 studenti e studentesse, che il numero di incontri possibili non sia abbastanza alto e che manchino sedute che non siano non solo singole, ma di classe. Un’altro dato significativo riguarda la percezione di venire giudicati o valorizzati a scuola: il 76,5% delle persone che hanno risposto riporta di sentirsi giudicato piuttosto che valorizzato.
(nell’immagine, il numero 1 corrisponde alla sensazione di essere giudicati). Ci domandiamo che funzione educativa e formativa si possa svolgere in un contesto simile.
Di fronte a questo malessere, molte persone lasciano il Carducci e smettono di frequentare le lezioni: solo il 38,8% delle persone risponde con un no netto alla domanda che chiede se nella propria classe ci siano persone che hanno smesso di presentarsi in classe, vengono saltuariamente o stanno gradualmente smettendo di frequentare le lezioni.

Per questo chiediamo che si prendano misure per la salute mentale, come:
-maggiori fondi per la salute mentale nelle scuole, che superino la cifra, assolutamente insufficiente, dei 20 milioni recentemente stanziati;
-la presenza di uno o più psicologi in ogni scuola per un numero di ore sufficiente a svolgere un percorso con ogni studente, ma anche eventualmente con il corpo docente;
-che sia condotta una riflessione seria e profonda sulle matrici culturali di tale disagio tra i giovani
-l’introduzione di percorsi di educazione alla sessualità, tema fondamentale per la salute mentale di ogni individuo, che siano obbligatori in tutte le scuole.

Vogliamo che la scuola smetta di seguire un modello aziendale. Negli ultimi anni, attraverso varie riforme, le scuole hanno preso sempre di più a modello la realtà aziendale. Tra gli elementi che hanno concorso a creare questa situazione citiamo l’accentramento dei poteri nelle mani del preside -una sorta di figura manageriale-, l’introduzione dell’alternanza scuola lavoro, oggi PCTO, che ha aperto le scuole alle aziende, e l’introduzione del “curriculum dello studente” per la maturità 2021 (già previsto dalla Buona Scuola del 2015), curriculum dove sono incluse certificazioni linguistiche e attività extrascolastiche. Questo crea un divario fra gli studenti e le studentesse in grado di permettersi economicamente o meno attività di questo tipo e fa credere allo studente che la cosa più importante dei suoi cinque anni di percorso siano l’elenco di attività e crediti da mettere nel curriculum: introduce studenti e studentesse alla mentalità performativa del mondo del lavoro in un contesto non lavorativo ma formativo. Altri elementi introdotti recentemente in maturità vanno in questa direzione: la tesina è stata eliminata in favore di una presentazione sui PCTO e sulle competenze trasversali. Di fronte a questa situazione chiediamo:
-l’abolizione o la totale revisione dell’alternanza scuola lavoro (in base al tipo di liceo o istituto professionale)
-una minore concentrazione di poteri nelle mani del preside
-l’eliminazione del curriculum dello studente e delle presentazione sui PCTO dall’esame di maturità per il 2022 e gli anni successivi.

Vogliamo l’eliminazione delle classi pollaio. La presenza di classi con 25-30 studenti non è sostenibile da un punto di vista educativo, poiché rende quasi impossibile agli insegnanti dare l’attenzione richiesta a ogni studente e a ogni classe. L’aumento della quantità di studenti da seguire fa inevitabilmente diminuire la qualità con cui vengono seguiti e curati. Comporta una mancanza di tempo da parte dei professori, che possono dimenticarsi di un evento (una verifica, un’uscita, e così via) o dover trascurare alcuni elementi per colpa del tempo passato a occuparsi di un’altra classe. Questa condizione non permette che ogni studente venga seguito nella sua individualità. Durante il periodo formativo-educativo (che precede quello lavorativo) è necessario che si tenga conto delle caratteristiche e delle necessità del singolo: le ragazze ed i ragazzi non vanno cresciuti con la spinta ad omologarsi e uniformarsi per “dare meno problemi” ed essere meno impegnativi, vanno cresciuti insegnando loro anche a trasgredire con coscienza. Per fare ciò c’è bisogno di una cura e un attenzione che le classi pollaio non permettono.

In tempi di pandemia, un altro aspetto è la gestione degli spazi e del metro di distanza: indispensabili per la gestione dei contagi. Per questi motivi chiediamo una riduzione del numero di studenti per classe, così da garantire il distanziamento e un’istruzione di qualità.

Vogliamo una revisione del sistema di valutazione. Uno dei temi centrali è quello dei voti: viene ancora utilizzato un sistema di premio/punizione che dovrebbe spingere ad impegnarsi per paura – appunto – della punizione o ad impegnarsi per raggiungere il “bel voto.
È lo stesso sistema utilizzato per addestrare gli animali e genera individui concentrati sul risultato e incuranti del processo; non a caso infatti, è un sistema che si presta a falsificazioni della prova (il copiare) e a studiare “ottimizzando” tempi e nozioni. Genera individui incapaci di agire per puro interesse, mossi da senso del dovere e senso di colpa: due perversioni del realmente emancipatorio, senso di responsabilità.

Neanche a dirlo non tiene conto delle differenze tra individui, trattando tutti in modo uguale quando siamo tutti diversi.
Purtroppo per colpa dell’attuale gestione dell’istruzione (i fondi mancanti, le classi pollaio, la precarietà dei docenti e del personale ATA e così via) sembra infattibile effettuare una “rivoluzione educativa” che punti a creare soggetti liberi, emancipati e responsabili e non accondiscendenti, acritici e dipendenti dal riconoscimento esterno
.

Questo è il livello a cui si trova la scuola italiana oggi.

Vogliamo che si prendano provvedimenti per l’edilizia scolastica. Esigiamo che l’edilizia scolastica sia adeguata, sicura e vivibile. In Italia una grossa percentuale di edifici risale agli anni settanta o prima (con picchi di edifici vetusti del 35,20% e 32,08% nelle province di Cremona e Pavia – dati: OpenPolis). Nelle scuole lombarde, poi, il numero di classi pollaio ha raggiunto le 2109 unità, record nazionale (dossier “Classi pollaio. Ora basta!” di tuttoscuola.com). Nel nostro liceo, molti bagni sono fuori uso, una finestra è rotta e in alcune classi mancano le tende. Come se non bastasse in alcune classi è presente molta muffa che oltre a costituire un problema sanitario per i soggetti allergici, costituisce un serio pericolo per tutt* , infatti è capitato che crollasse un pannello del controsoffitto perché era marcito a causa della muffa e dell’umidità.
Per le student con disabilità e difficoltà motorie e sensoriali, poi, la situazione non è rosea: sulle barriere architettoniche l’Istituto Nazionale di Statistica rileva che la Lombardia ha il 36,4% di scuole “non accessibili” per chi ha disabilità motorie. Assenza di ascensori e rampe, bagni a norma e montascale sono le barriere più significative (Istat, marzo 2021). Chiediamo troppo se chiediamo di vivere spazi accessibili, inclusivi, sicuri e curati? Si viene educati al rispetto per l’ambiente e gli spazi comuni a partire dalla scuola. Vogliamo più fondi per le strutture scolastiche

Formazione pedagogica. Il lavoro delle professoresse e dei professori è un lavoro estremamente complesso.
Ti occupi di educare i futuri cittadini e svolgi una funzione sociale che costituisce il nervo della nostra democrazia. Una scuola fatiscente e precaria non può che avere ripercussioni sulla salute della democrazia. Crediamo davvero che per svolgere un compito del genere sia sufficiente avere una laurea che attesti le proprie competenze in ambito nozionistico?

Per insegnare non basta avere delle conoscenze: bisogna saper appassionare, saper parlare a dei ragazzi, avere capacità relazionali ed emotive.
Non è possibile che lo stato non si preoccupi minimamente di ciò, non rendendo obbligatoria una formazione in ambito pedagogico.
Comunicare, essere carismatici, e saper emozionare è importante tanto quanto conoscere la propria materia perché solo in presenza di un rapporto umano profondo ci può essere educazione, perché prima ancora che ascoltando e rielaborando informazioni, impariamo per imitazione, per fascinazione e per partecipazione, come scrisse Platone.”

Ecco il lungo documento: c’è da discutere no?


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