Ma questo è un lavoro bello e buono!

Fra due giorni si celebra la festa nazionale del lavoro, il 1 maggio. Forse oggi non vi appassiona più di tanto, ma datemi retta: il lavoro è importante. Accantonare il tema infatti non solo rende i futuri lavoratori più fragili perché meno consapevoli dei propri diritti, ma fa vedere con meno chiarezza i rischi che si corrono anche a scuola. Nel 2015 con il decreto 107 chiamato “La buona scuola”  viene introdotta nel percorso scolastico l’Alternanza Scuola-Lavoro, che rende obbligatoria per studenti studentesse degli ultimi tre anni delle scuole superiori un’esperienza di lavoro pratica presso un’azienda o ente di altro genere. A suo tempo si sollevò un dibattito fra favorevoli e contrari – tuttora in corso – che ha il merito di farci ragionare sulla relazione fra scuola e lavoro. Io, lo confesso, pur riconoscendo che in alcuni casi quell’esperienza possa essere stimolante, sono sempre stata contraria a che la scuola funga da ponte verso il mondo del lavoro. O meglio, non deve essere”subordinata” al mondo del lavoro. La scuola, e quindi gli studenti e le studentesse, rispetto al lavoro, devono mantenere la propria autonomia.
Il lavoro dev’essere sempre e comunque retribuito. Quindi dove si impara un lavoro? Allora il concetto delle scuole “professionalizzanti” è sbagliato? Assolutamente no, anzi. Proprio perché un lavoro si sceglie e si impara studiandolo, analizzandolo, sperimentandolo, anche un po’ giocandoci, non mettendosi a disposizione di qualcuno un po’ a caso, come accade spesso con le esperienze dell’alternanza.
Imparare un lavoro non significa solo apprendere come si fa, ma anche come funziona: in quale punto della filiera produttiva si inserisce, a cosa serve, chi/cosa va ad avvantaggiare, quale il suo impatto sul pianeta; aspetti, questi ed atri, che per essere compresi necessitano di quello spirito critico che, non solo la scuola, ma sicuramente la scuola ha il compito di fornire.


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