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L’8 marzo, Sanremo e le donne (Serenata n.7)

L’8 marzo, Sanremo e le donne (Serenata n.7)

Il Festival di Sanremo si è concluso a ridosso della giornata internazionale delle donne, l’8 marzo. Sarà per questo, anche, che fra i  temi “seri” che si alternano alla competizione musicale e alle facezie del palco, hanno fatto capolino tanti elogi del valore delle donne che – contrariamente a quello degli  uomini – evidentemente deve essere ancora ribadito. E allora le scarpe, gli appelli, gli omaggi, i ricordi che cadono in un mare di contraddizioni e arretratezza. A partire dalla struttura del festival: la storia sincera del riscatto  di Elodie, il monologo di incoraggiamento alle donne della giornalista Barbara Palombelli sono offerti dentro uno spettacolo, il più importante in Italia, che ripropone ancora una volta lo schema del conduttore maschio, al quale ogni tanto si accompagna una giovane bellissima e benvestita, alla quale, che sia una attrice, una cantante, una direttrice d’orchestra, spetta solo far da spalla a un conduttore che le rivolge poche parole scontate oltre ai complimenti di rito per la sua bellezza.  Quando poi parla alla capitana della squadra di calcio femminile, una spettacolare atleta che ha fatto i numeri nell’ultimo mondiale in Francia, le domanda a quale “maschietto” si sia ispirata…
Un impegno solo di facciata quello rappresentato dallo spettacolo simbolo del nazional popolare italiano, quando la sostanza è altra, e non fa che riflettere la condizione delle donne nel nostro paese: minori diritti, minore presenza, minore voce. Ce lo dicono i dati;  solo per fare alcuni esempi,  andiamo a vedere quelli relativi alla presenza delle donne  nei luoghi decisionali (vertici di aziende, università, ministeri), allo spazio di informazione dedicato allo sport femminile, a quante firme femminili ci sono sulle pagine dei giornali.  Una disparità a cui nemmeno si fa caso, tanto ci siamo abituati.
E quando qualcuno lo fa, come l’ex Ministro del Sud Provenzano, che ritirò il suo nome da un convegno perché c’erano erano stati invitati solo uomini, si casca dalle nuvole.

Rimanendo sulla terra con gli occhi aperti si vede una situazione tremenda: una società dove la violenza sulle donne, soprattutto quella familiare, non accenna a diminuire, ma anzi è stata accentuata dal lockdown. La pandemia ha costretto  le donne a casa, esponendole maggiormente alla violenza, e sono molte quelle che a casa ci rimarranno, perché hanno perso il lavoro: 70 % dei posti persi erano occupati da donne. E che dire del dato allucinante uscito a dicembre 2020: su 100 mila occupati in meno, 99 mila sono donne.  Donne che il più delle volte sommavano al lavoro retribuito quello non retribuito  di cura di anziani e bambini. A questo proposito, un altro dato sconvolgente e che ci da l’idea delle cause  della nostra marginalizzazione: gli asili nido pubblici sono stati istituiti in Italia nel 1971. Sapete  ad oggi per quanti bambini c’è posto? Il 12%. Dopo 50 anni.
C’è ancora molto, troppo per cui lottare. E non solo l’8 marzo.


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