Io non ti mangio

Le festività pasquali ripropongono discussioni e campagne  sulla tradizione gastronomica del consumo dell’agnello, simbolo di fragilità e innocenza.

L’agnello, per la religione cristiana e ancor prima per quella ebraica, è simbolo di sacrificio per eccellenza, e come tale più volte compare nell’Antico Testamento.

Invece nei Vangeli e nel messaggio di Gesù Cristo questa idea del sacrificio rituale viene superata. Molti credenti sostengono tuttora che mangiare l’agnello a Pasqua non sia affatto una tradizione cristiana. Già nel 165 d.C. in un famoso dibattito sulla Pasqua, detto di Laodicea, si affermò che il vero sacrificio era stato compiuto con Cristo, e che quello pasquale dell’agnello propugnato dagli Ebrei convertiti non aveva ormai più senso. Nel  2007 lo ha ribadito anche Papa Benedetto XVI, gran amante degli animali: “Il gesto nostalgico, in qualche modo privo di efficacia, che era l’immolazione dell’innocente ed immacolato agnello, ha trovato risposta in Colui che per noi è diventato insieme Agnello e Tempio”.

Disquisizioni teologiche a parte, le persone, credenti o meno, che si rifiutano di mangiare l’agnello, o il capretto, in occasione della Pasqua sono aumentate nel tempo.

Negli ultimi anni il consumo pro capite di carne ovicaprina in Italia si è ridotto a meno di 1 kg all’anno. Un  cambiamento in gran parte culturale che riguarda soprattutto l’ultimo decennio. Nel 2010 sono stati macellati in Italia circa 4,5 milioni di agnelli, nel 2016 questo numero è sceso del 50%  e da allora è rimasto pressocchè stabile. 

Comunque il numero di agnelli macellato ogni anno in Italia è ancora consistente: sono uccisi oltre 2 milioni di agnelli,  di cui 300 mila solo a ridosso delle festività pasquali. Una richiesta che la produzione italiana non riesce a soddisfare, difatti Il 33% degli agnelli macellati in Italia proviene dall’estero, nel 2019 sono stati 773.300. Prima di essere uccisi  quindi sono sottoposti a viaggi estenuanti che durano anche 30 ore, una sofferenza che si aggiunge alla pratica crudele di strapparli alle loro madri ad appena un mese di vita. E ad altre pratiche , che vi risparmiamo.

Le tradizioni possono cambiare, o possono essere rispettate in altro modo: è possibile che le generazioni future guarderanno con biasimo un usanza che da antica è diventata superata.


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