READING

Il lutto e il manganello: non sembra un paese per ...

Il lutto e il manganello: non sembra un paese per giovanə


Terminata la kermesse dell’elezione presidenziale, dopo il sindacato anche il mondo politico – consigli comunali, partiti, sindaci –  si interessa ai pestaggi che si sono verificati venerdì 28 a Torino, Napoli, Milano e Roma in reazione ai cortei studenteschi indetti in mezza Italia per protestare contro la morte terribile e tragica di Lorenzo Parelli e quello che rappresenta. Per fortuna commenti e notizie occupano ampi spazi sui quotidiani. Su “l’Essenziale” di questa settimana un bell’articolo di Annalisa Camilli ricostruisce il contesto di vita e di esperienza in cui la tragedia di Lorenzo si è consumata, quella di un intero paese – Castions di Strada (Udine) – in cui gli incidenti mortali sul lavoro sono troppi e ragazzi e ragazze vanno a lavorare in fabbrica molto presto. Alcuni partiti (Partito Democratico, Liberi e uguali) hanno chiesto alla Ministra degli Interni Lamorgese di riferire in Parlamento sui fatti di venerdì.

Vorrei vivere in un paese in cui se un ragazzo muore così si indice una giornata di lutto nazionale, perché questa vicenda è l’apice inaccettabile di due problemi che dovrebbero essere al primo posto di ogni agenda di governo: il lavoro, le nuove generazioni e le morti sul lavoro.

Invece il bollettino degli scontri riflette qualcosa di più, che travalica il singolo caso di “effrazione” ma ci chiede di riflettere sui modi in cui è possibile oggi esprimere un dissenso, una protesta. Non è stata una buona lezione da parte delle istituzioni, non è stata sicuramente una “buona scuola” rispondere con la violenza a una protesta più che motivata.
Era giusto e normale che studenti e studentesse di tutta Italia esprimessero questo lutto e il rifiuto di considerare “solo” un incidente la morte di Lorenzo. Troppo somigliante, il suo destino, a quello delle vittime di lavoro: 90 dall’inizio dell’anno, quasi 3 al giorno.
Una giornata di lutto e di legittima protesta si è trasformata in una giornata di botte – 20 feriti a Torino, decine di ragazzə entratə e uscitə da pronto soccorso, ecchimosi, punti alla testa.
No: non ci sono restrizioni né giustificazioni che tengano.
“Non si può morire di scuola” recitavano molti striscioni dei partecipanti: Lorenzo non era impegnato in un percorso di alternanza scuola-lavoro, tanto contestata, ma in un percorso duale che da molti anni caratterizza i percorsi professionali.
Personalmente ritengo che la scuola dovrebbe sconfinare di più, dialogare con i tanti mondi là fuori, e con le realtà lavorative, senza perdere la sua autonomia e la sua libertà formativa, e certamente salvaguardando la qualità dei percorsi che propone.
Non è un paese normale un paese in cui il pil sale e il lavoro si disfa fra le mani fra esperienze sottopagate, contratti di apprendistato a tempo determinato, in cui si lavora sei mesi per 8 ore al giorno, magari in fabbrica, per 500 euro, e poi o si è dentro, quando va bene, con un’assunzione a tempo indeterminato, o sei di nuovo libero, perché ci sono anche aziende che lucrano su questa possibilità di di avere un costo del lavoro basso e la produzione più o meno garantita.
Se il profitto è tutto, il prezzo in termini di vite, di qualità della vita e di futuro è intollerabile.
Questo concetto, forte e chiaro, in quali modi si può dire?
Ragazze e ragazzi in piazza hanno messo sul tavolo tutto questo, e no, il manganello non è la risposta giusta.
Nei momenti di difficoltà – sono tre anni che ce lo ripetono e personalmente credo a questo principio – bisogna stare insieme, risolvere i problemi insieme. Ma i problemi vanno guardati in faccia senza retorica, perché non si può morire né di scuola né di lavoro. E le parole da sole, certamente, non bastano.


RELATED POST

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

INSTAGRAM
INCONTRIAMOCI ANCHE QUI