Genere: femminile e maschile?

La lingua italiana ha due generi: femminile e maschile. Non in tutte le lingue è così.
Moltissime lingue non fanno questa distinzione.[nota 1]

L’italiano sì. Niente di male, per carità, ma la cosa può diventare fastidiosa in certi casi, alcuni dei quali vado ad elencare:

1) Il “maschile inclusivo”. Quando qualcuno apre una serata dicendo “Buonasera a tutti” siamo in presenza del “maschile inclusivo” ovvero di quella forma della lingua italiana per cui il maschile include, appunto, entrambi i generi. Così anche rivolgendosi a un pubblico, per esempio, formato da 100 donne e 1 uomo si troverebbe chi ostinatamente esclama “Buonasera a tutti”. Vi sembra giusto? A me per niente. Non è più bello dire: “Buonasera a tutte e tutti”. Non è più faticoso.

2) Quando si parla di mestieri o funzioni: sindaca, assessora, architetta, avvocata, idraulica, ministra …. Si tende a usare il maschile per tutti quei lavori o quelle cariche che sono state per molto tempo terreno di dominio maschile. La storia, l’abitudine ci hanno portato a usare il genere maschile, e va bene, ma adesso anche basta: dato che la situazione è cambiata possiamo riappropriarci di quella parola declinata al femminile.

3) Quando, sempre nel caso di alcuni mestieri, l’uso comune declina il termine al maschile e al femminile, ma il termine femminile ha una sfumatura meno prestigiosa dell’analogo termine maschile. Per esempio dicendo “cuoco” si pensa a uno chef importante e creativo, con “cuoca” il pensiero va a una figura di minor valore. Lo stesso avviene nel caso di “segretario” o “segretaria”, di “sarto” e di “sarta”… eccetera. Per questo alcune donne preferiscono utilizzare anche per la definizione del proprio lavoro il termine al maschile, perché percepiscono la svalorizzazione che sta dietro al termine femminile e, invece di discutere questa operazione, preferiscono essere definite con il termine di maggior prestigio.

Alcune persone pensano che queste cose non siano importanti, che, in fondo, si tratti solo di formalità. “Alla fine le donne possono fare quello che desiderano, oggi come oggi, e quindi chi se ne importa di come vengono chiamate, sù, quante storie!”. Naturalmente io non la penso affatto così. Il linguaggio è una conseguenza del pensiero; dire una cosa in un certo modo invece che in un altro significa pensare in un modo o in un altro. Dire “sindaca” significa riconoscere che quella persona è una donna e che riveste quel ruolo. Significa rispettare quella persona, la sua individualità, il suo percorso, la sua storia. Nello stesso tempo orienta nella consapevolezza del fatto che sia uomini che donne svolgono quel lavoro, a parità di funzione e di prestigio.

Su 8pagine usiamo l’asterisco invece che declinare una parola nei due generi. Cioè se sto parlando a studenti e studentesse dico “student*” e va bene per tutti.
L’asterisco può piacere o non piacere, ma è una proposta, un modo democratico per sostituire il “maschile inclusivo”. Si usa una sola parola che include tutti i generi, senza privilegiarne uno. E dico “tutti” perché sentirsi maschio o femmina non sono le uniche opzioni possibili, il genere a cui sentiamo di appartenere può essere l’uno, l’altro o può trovarsi in un intervallo tutto nostro tra i due.

C’è un dibattito molto complesso intorno a questa questione del genere nel linguaggio, ci sono libri interi, convegni, polemiche, si può tirare in ballo la politica, la filosofia, i rapporti tra pensiero e linguaggio… ma quello che vorrei sottolineare qui, con voi, è che sancire il proprio riconoscimento in quanto donna significa essere orgogliose di esserlo, significa pretendere il diritto di esistere nelle professioni, nello sport, nella vita, e non come pallida e comunque inferiore imitazione di modelli maschili, ma come persone intere, felici e consapevoli del proprio corpo, della propria mente, del proprio modo di vedere il mondo.

[1] Qui trovate (da Wikipedia) una lista delle lingue che non usano generi grammaticali. Senza andare troppo nell’esotico, nemmeno in inglese si fa poi tutto questo uso della distinzione di genere. In inglese i nomi comuni non hanno genere maschile e femminile, non ha genere l’articolo determinativo: “the”, e non ce l’ha l’articolo indeterminativo: “a” o “an”. “The cat”, per dire, sta per il gatto o la gatta e “the table” non è né maschile né femminile. Hanno il maschile e il femminile i pronomi personali (egli, ella e esso: he, she, it) ma già al plurale non viene fatta la distinzione: “they” sta per essi o esse. Ci sono nomi comuni che sono diversi al maschile e al femminile per esempio “sister” è sorella e “brother” è fratello, oppure “daughter” è figlia e “son” è figlio oppure “actor” è attore e “actress” è attrice ma credo sia corretto dire che nella lingua inglese la questione del genere è “residuale” o comunque molto meno presente che nella lingua italiana. Nella lingua svedese la questione dei generi è interessante: attualmente ci sono solo due  generi, “utrum” (comune) e “neutrum” (neutro). Il maschile e il femminile sono stati fusi nel genere “utrum”.


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