Dentro una parola. 3 METODO

“Metodo” è una parola che amo. Viene dal greco “metá” che vuol dire “dopo” e “odós” che vuol dire “strada”. Il greco antico è una lingua piena di sfumature attraverso la quale uomini e donne del passato hanno potuto dare forma a pensieri anche complessi e che, a prezzo di qualche ambiguità, ci ha lasciato in eredità parole belle come questa.

Il metodo è perciò una strada, un percorso alla fine del quale ottieni un risultato, un sentiero che ti fa arrivare da qualche parte. 

Nell’idea del percorso e in questo “dopo” (dove c’è l’ordine e c’è il tempo) c’è anche l’idea che questo percorso va fatto un passo dietro l’altro, con ordine, perseguendo quell’obbiettivo che ti sei post* quando hai cominciato a camminarci. Non puoi, per esempio, avviarti su sentiero che porta al punto “x” e ad un certo momento, inerpicarti per un’altra stradina laterale e poi magari seguirne un’altra e un’altra ancora… o addirittura cambiare obbiettivo in corsa. O meglio, puoi anche farlo, sono affari tuoi, alla fine, ma in questo caso sfuma la garanzia del raggiungimento dell’obbiettivo posto all’inizio.

Un metodo è un processo ordinato e consapevole. La riflessione su questa parola è stata fondamentale nella storia del pensiero e si è trasformata nei secoli. Oggi è associata soprattutto alla scienza. Il metodo scientifico, possiamo dire in sintesi, è una procedura sistematica e fondata su dati e prove che ci porta da qualche parte.

Nella scienza come nella vita quotidiana uno degli esempi più efficaci dell’applicazione di un metodo secondo me è quella che possiamo chiamare la procedura del “sanatore della differenza”. Ci serve in qualsiasi caso in cui dobbiamo trovare una spiegazione a un fenomeno per poi poterlo governare. In pratica: mettiamo che nel momento t1 abbiamo una lampadina spenta e che nel momento t2 abbiamo una lampadina accesa. Nei pressi abbiamo un interruttore che può assumere diverse posizioni. La differenza tra lampadina spenta e accesa possiamo “sanarla”, spiegarla, con la posizione diversa dell’interruttore. Elaborata questa teoria la possiamo mettere alla prova: se premo l’interruttore la lampadina si accende? Sì? Allora è l’interruttore che fa accendere la lampadina. No? Allora deve essere qualcos’altro…. E mi rimetto alla ricerca di una nuova teoria. Da piccoli facciamo così a scoprire come muoverci nel nostro ambiente. Un piccolo essere umano usa lo stesso metodo della scienziata e dello scienziato, fatte le debite proporzioni.

A me piace pensare che nella nostra vita quotidiana sia bello e utile applicare un metodo. L’obiettivo e le tappe le stabilisci tu, ma se procedi in modo sistematico sai che arriverai da qualche parte, magari il risultato poi può anche essere un errore (non è quello l’interruttore che accende quella lampadina), ma anche in questo caso, se avrai messo con ordine, uno dopo l’altro, i tuoi passi saprai che la tua valutazione era errata e saprai quindi, semplicemente, che devi prendere un’altra strada.

Descartes, un filosofo francese del Seicento, scrisse un libro Il discorso sul metodo, il cui sottititolo è: “per ben condurre la propria ragione e trovare la verità nelle scienze”.

Ora io non penso che l’obiettivo sia “trovare la verità”, o meglio avrei mille cose da ridire su quel concetto di “verità” (ma la cosa andrebbe per le lunghe), quello che mi sembra interessante di questo sottotitolo è quel “per ben condurre la propria ragione”.  “Ben condurre” la nostra ragione, uno degli strumenti più potenti che abbiamo, può portarci molto lontano.


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