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Cronaca dal “Youth 4 Climate” di Milan...

Cronaca dal “Youth 4 Climate” di Milano

Mi credevo una habituè delle COP, dato che ho partecipato a quella di Copenaghen, nel 2009, e a quella di Parigi, la COP 21 del 2015: e allora mi ero anche illusa – alla COP di Parigi, intendo –che qualcosa stesse per cambiare davvero. Poi sappiamo tutti come è andata: in USA hanno eletto un Presidente, Trump, che è addirittura uscito dagli accordi, in Francia ci sono stati i gilet gialli, e tutto è tornato a sembrare quel gran blablabla segnalato con efficacia da Greta Thunberg. Anche nel 2015 si diceva ‘non c’è più tempo, bisogna sbrigarsi’ e sei anni dopo, nella fase preparatoria di Glasgow,  siamo alle prese con un aumento ancora più preoccupante della CO2, e il 40% dei paesi non ha neppure risposto all’appello di Parigi, che era di presentare i loro piani nazionali di mitigazione climatica. Nel tentativo di ridurre un impatto che ormai le attività produttive umane rendono insostenibile per il pianeta.

Le cose sono un po’ cambiate, nel senso che il più grande emettitore di CO2 è diventata la Cina, che col suo quasi miliardo e mezzo di abitanti ormai è la locomotiva produttiva del pianeta, ma per il resto siamo ancora qui a fare discorsi come quelli di Antonio Navarra (Presidente dell’ Euro-Mediterranean Center on Climate Change): siccome fare equazioni matematiche sul cambiamento climatico è molto difficile, e le investigazioni scientifiche sul clima non sono…abbastanza scientifiche, tanto vale andarci coi piedi di piombo.

E invece la vitalità di questa COP dei giovani, la prima ideata in questo modo, con una loro presenza selezionata un po’ così, solo via telematica – quindi in ivrtù di una capacità comunicativa decisamente selettiva –, mi è sembrata reale.
Con anche delle sorprese: la prima sera la richiesta a gran voce, – nella breve ricreazione di un’ora concessa dagli organizzatori – alla Banda Zurawski, il cui nome non deve trarre in inganno perché rigorosamente italiana, di cantare ‘Bella ciao’: cosa di per sé notevole dato che il colpo d’occhio sulla platea dei giovani – comprese molte ragazze col velo aveva decisamente un carattere internazionale. La seconda sera, quella conclusiva, dopo la presentazione dei quattro documenti prodotti dai tavoli tematici, c’è stato un momento di autentica commozione: la richiesta di un minuto di silenzio per tutti gli/le attivist* assassinati nella difesa dei loro territori. Somos la voz de los que no estan, diceva il cartello retto da un giovane che teneva con l’altra mano, un grande lenzuolo col disegno di un albero e molti nomi delle vittime, donne e uomini. A parlare dal palco direttamente contro il genocidio e l’ecocidio degli indigeni, un giovane brasiliano della zona del Paranal, il cui bel viso espressivo sembrava intagliato nel legno. Greta Thunberg, presente per sentire la conclusione dei lavori, se ne è andata subito dopo con i suoi, che quasi tutti avevano levato il pugno chiuso durante il minuto di silenzio. Così minuta da sembrare un folletto, riesce tuttavia con la sola presenza a magnetizzare chiunque: e a fare anche, perdonatemi, un po’ di tenerezza col suo improvvisato servizio d’ordine di diciottenni, tra cui l’irlandese Theo Cullen Mouze, che viene da Clare Island, a Nord di Galway, un posto molto freddo, con molta pioggia e molto vento, e che tentava, col fare un po’ casual da pantera rosa, di proteggerla dai curiosi, peraltro nella Closing Plenary non troppo invadenti.

Nel corso della sessione dedicata ai Ministri dell’Istruzione, presenti in remoto anche dal Buthan, dall’Equador, da Cipro, dall’Oman e dall’Uganda, ha mandato un saluto anche Papa Francesco. Ha parlato in spagnolo – sottotitoli in inglese – ed è dunque stato il più capito di tutti, dato che purtroppo il parlato inglese, con vari accenti, non era facilmente comprensibile se non da chi lo padroneggia molto bene – anche se fanno tutti finta di capire. Ha invocato come sempre una cultura della cura di umani, non umani e territorio, e la condivisione delle responsabilità. Che dire dei 4 tavoli tematici, due presentati da ragazze, Marinel Ubaldo delle Filippine e una Irachena che non si è presentata col suo nome (una abitudine per la verità praticata da parecchi relatori, specie se improvvisati), e due da ragazzi, l’argentino Martin Rabbia e un giovane ventiquattrenne delle isole Fiji, Ernest Gibson, che ha presieduto il tavolo tematico più incisivo. Questi giovani politici in erba si rivelano tutti molto abili, e persino diplomatici,  comunque molto seri nel loro lavoro. In sostanza hanno chiesto un supporto finanziario e logistico per “trasformare le ambizioni climatiche in azioni concrete”, hanno chiesto alle istituzioni di assicurare in modo ‘urgente e significativo’ l’impegno dei giovani nei processi di decisione sui cambiamenti climatici, di rispettare e proteggere la natura, proteggere i gruppi più vulnerabili, favorire la transizione energetica e i green jobs, di creare un ‘climate finance system’ trasparente e affidabile con una regolamentazione robusta delle emissioni di carbonio. Talora la più esplicita è sembrata la ragazza irachena, con la richiesta di abolire rapidamente l’industria fossile, azzerare gli investimenti nel settore da parte delle banche, e ostacolare le lobbying delle industrie fossili, specie in relazione ai negoziati internazionali. Insomma quest* giovan* sembrano avere tutti i titoli per un effettivo riconoscimento di denaro e aiuto politico: sempre che quei marpioni di “grandi” non li manipolino di nuovo, integrandoli, per lasciare, di fatto, tutto come sta.


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